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mercoledì 12 giugno 2013

La mia banca è differente













Leggo e condivido un articolo di Eduardo Di Blasi sulle banche (nel suo caso, su una in particolare) e le loro magagne economico/burocratiche:


La mia banca è differente. Ad esempio: cinque anni fa mi ha fornito un mutuo “prima casa” (quello che prevede la residenza dell’acquirente), e adesso afferma di non sapere dove io abiti. La mia banca è differente perché, pur non sapendo dove io risieda, per quattro anni – come per magia – mi ha mandato la corrispondenza nella casa dove NON sapeva che io abitassi.
 
La mia banca è differente perché dopo aver mandato tutta quella posta per anni a intasarmi la buca delle lettere, mi ha mandato l’unica comunicazione importante, quella in cui c’era scritto che potevo optare tra un tasso variabile e uno fisso per me assai vantaggioso, a un indirizzo a caso.
 
La mia banca è differente perché quando sono andato a spiegare le mie ragioni, mi hanno detto che dovevo compilare un modulo in cui chiedevo alla banca il cambio di residenza. La mia banca è differente perché una volta chiarito che con quel foglio sarei andato da un bravo avvocato, mi è stato strappato dalla direttrice di filiale davanti agli occhi.
 
La mia banca è differente perché una volta spiegatole che da quattro anni mi mandava la posta all’indirizzo di casa, ha detto: “Lo dice lei. Deve dimostrarlo”. La mia banca è differente perché una volta ritornato in filiale con alcune delle missive ricevute negli anni ha detto “ah, vabbè” senza aggiungere altro.
 
La mia banca è differente perché quando le ho chiesto di calcolare il tasso fisso che doveva applicare al mio mutuo, ha sparato una cifra a cazzo “altissima” dicendo che non mi conveniva. La mia banca è differente perché quando gli è stato chiarito che il mio mutuo prevedeva un tasso già inserito nel contratto sottoscritto tra noi mi ha risposto candidamente: “Ma noi non lo abbiamo il suo mutuo”.
 
La mia banca è differente perché, persa un’altra mezza giornata di lavoro per portargli il contratto di mutuo, mi ha detto: “Dobbiamo farlo studiare a Siena”. La mia banca è differente perché, persa un’altra mezza giornata di lavoro, mi ha detto che Siena aveva sancito che i termini per optare su un tasso fisso “erano scaduti il 10 aprile” e che loro avrebbero provato a “fare qualcosa”.
 
La mia banca è differente perché una volta letto il mutuo, si comprendeva che quella data non implicasse assolutamente nulla. Letto il mutuo con me la direttrice di banca ha convenuto.
 
La mia banca è differente perché “per l’opzione deve mandare una raccomandata con ricevuta di ritorno, c’è un modulo”. E il modulo però “non ce l’abbiamo, ma lei è giornalista, saprà cosa scriverci”. La mia banca è differente perché mandata la raccomandata con ricevuta di ritorno, mi ha confermato giorni dopo che quella era arrivata. La mia banca è differente perché pochi giorni oltre mi ha detto “non c’è nessuna raccomandata”.
 
La mia banca è differente perché dopo quattro settimane in cui la responsabilità rimpallava tra Roma e Siena, ha deciso di prendersi dal mio conto corrente 765,44 euro al titolo “rata mutuo a tasso variabile”.
La mia banca è differente perché una volta richiesto il motivo del prelievo mi ha finalmente rassicurato: “A Siena hanno accettato la sua richiesta, le restituiremo subito quanto le abbiamo erroneamente prelevato”.
 
La mia banca è differente perché a distanza di una settimana non solo non mi ha restituito una cifra che forse poteva essermi utile tenere, ma dice che lo farà solo quando a Siena avranno calcolato l’entità della rata del mio mutuo. Ora si tratta di fare tre addizioni, un paio di divisioni e un altro paio di moltiplicazioni, ma pare operazione infinitamente complessa. Frattanto mi spiega la sempre cortese impiegata “ci hanno detto di non toccare niente”.
 
La mia banca è Mps. Ancora mi chiedo, con questa organizzazione teutonica, come abbiano fatto a farsi fregare centinaia di milioni di euro.

martedì 9 ottobre 2012

Quello che mi (ci) aspetta

Leggevo un articolo intitolato "Giovani avvocati, lo schiavismo del nuovo millennio" , e mi sono cadute le palle in terra.
Niente di nuovo per i tempi attuali, solo un assaggio di vita reale, tanto per ricordare il futuro a chi, dopo anni di sacrifici suoi e (quando va bene) della sua famiglia, ottiene il tanto agognato pezzo di carta, e festeggia.

Non sono un prossimo laureato (ce ne vuole, ce ne vuole), ma già da adesso non ho alcuna voglia di festeggiare.

Esperienze personali:



FRANCESCA: LA MATERNITA’? SOLO DUE SETTIMANE. Mi chiamo Francesca, ho 33 anni e sono avvocato. Lavoro per uno dei più importanti studi di Napoli da oltre otto anni, cinque giorni la settimana, 12 mesi l’anno perché anche ad agosto lo studio è aperto per due settimane. Mai pagato il mese di agosto perché tanto non si fa niente… Trasferte in giro per i tribunali della Campania a dir poco sottopagate, ma il bello deve ancora venire! Rimango incinta, lavoro fino al giorno prima del parto oberata di adempimenti ed udienze, partorisco e dopo due settimane sono di nuovo al lavoro dopo molteplici chiamate, 2 giorni la settimana. Quando ritorno a lavorare a pieno regime sapete quanto mi viene offerto per i quattro mesi in cui ho lavorato ‘a mezzo servizio’? Cinquecento euro fatturati per quattro mesi, due volte la settimana per 8 ore ciascuna ovvero 0,5 centesimi l’ora quando una cameriera ne guadagna 8 l’ora senza laurea, master, specializzazioni e soprattutto Cassa forense da pagare. Questo è il magico mondo del lavoro che la nostra generazione ha di fronte e che diversamente dagli spagnoli subiamo senza in alcun modo reagire!


DANIELE, UNA MULTA PER OGNI ERRORE. Sono un giovane di 27 anni che a Dicembre proverà per la prima volta l’esame di abilitazione alla professione forense. All’inizio ho svolto la pratica in un piccolo studio, orario di ufficio, niente paga. Dopo 6 mesi ho iniziato a percepire qualcosa (130,00€ al mese) che piano piano è aumentato a 300,00. Fortunato?! Non proprio!. Se sbagliavo un atto o una lettera veniva scalata una “multa” dal mio stipendio. Ovviamente dovevo svolgere tutta la cancelleria, redigere atti, andare in posta, alle notifiche (alle 6 di mattina in coda dinanzi all’Unep competente), preparare le fatture e altro. Inoltre, dovevo gestire lo studio durante le “ferie” del dominus. Il mio cellulare era diventato un call-center, chiamate a tutte le ore (dopo il lavoro) e chissenefrega se ero a cena con la morosa o amici. Dovevo essere sempre reperibile, manco fossi un ingegnere nucleare!!!!. Un giorno il mio dominus si accorge che è stato smarrito un mini scanner (valore 130 ,00 € più iva), e si ricorda che 3 settimane prima lo aveva dato a me! Conclusione ho dovuto ricomprarlo (IVA compresa, ma il professionista non la scarica?!). Infine dulcis in fundo. il 29 dicembre 2011 (durante le festività natalizie) vengo lasciato a casa alle ore 22.00 tramite un sms perché mi sono rifiutato di recarmi in Tribunale a depositare un atto (non urgente) la mattina dopo, rendondomi disponibilissimo a depositarlo il lunedì successivo. Causa questa mia grande mancanza il mio dominus ha dovuto ritardare la partenza per la sua settimana bianca di 4 ore!!!!! Finita qui?! Assolutamente no!!! Nonostante la conclusione del rapporto di praticantato ho dovuto litigare ferocemente per ottenere la firma sul libretto.


ARIANNA: “PRATICA LEGALE, SCHIAVISMO DEL NUOVO MILLENNIO”. Sono Arianna, 27 anni, laurea triennale in scienze giuridiche europee e transnazionali, laurea specialistica in giurisprudenza a Bologna, entrambe nei tempi e con voti oltre il 100. Un’esperienza Erasmus in Germania e un master internazionale in proprietà industriale in Italia. Parlo correntemente inglese e tedesco, ho già lavorato durante l’università per non essere totalmente a carico dei miei. Dopo la laurea mi sono trovata a fare i due anni di schiavismo del nuovo millennio altrimenti definiti pratica forense. Non ho imparato a scrivere. Ma ho imparato a rispondere al telefono, fare fotocopie fronte/retro, litigare in cancelleria, depositare a tempo record, liquidare i clienti che il dominus non voleva ricevere, tanto da trovarmi talvolta anche in situazioni poco piacevoli. Il tutto gratis per due anni, sentendomi dire che nonostante lavorassi gratis per 10 ore al giorno non facevo abbastanza. Quest’anno ho l’esame di Stato, lo faccio perché voglio il titolo, ma vi potete scordare che io vada a fare l’avvocato in qualche studio. Piuttosto vado a fare qualsiasi altro lavoro, pagato (anche poco), ma perlomeno dignitoso. Forse all’estero sapranno apprezzare e ricompensare la mia professonalità e la mia preparazione. Questo sistema non funziona e fra 10 anni questo paese si accorgerà di aver perso tante occasioni quanti siamo noi giovani che ce ne andiamo disgustati da una classe politica che pensa solo al breve periodo e non è capace di guardare al futuro. Mi dispiace, ma non intendo contribuire a pagare la pensione a quelli che oggi non fanno che trattarci come schiavi.


MARCO, PAGATO DALLO STATO 36 CENTESIMI L’ORA. Mi sono laureato con lode in Giurisprudenza a 24 anni, 6 mesi e 15 giorni, in meno dei cinque anni previsti, a luglio 2009. Da dicembre 2008, però, avevo iniziato la pratica notarile, con l’intenzione di diventare notaio: attività che si è protratta per 18 mesi, fino a luglio 2010, senza rimborso spese alcuno. Da settembre 2010 ad oggi, ormai 27enne, sono stato praticante avvocato presso l’ufficio legale di una Pubblica Amministrazione: l’orario richiesto è quello d’ufficio, peraltro flessibile – e dunque molto più favorevole di quello cui devono sottostare la maggior parte dei praticanti avvocati – ma il rimborso spese è di 250 euro mensili, versati con cadenza trimestrale, non regolare. Dunque ogni tre mesi arrivano 750 Euro: calcolando 35 ore lavorative settimanali per 5 giorni alla settimana e 20 giorni lavorativi mensili, fa 0,36 euro l’ora (35×5=175 ore settimanali; 175×4=700 ore mensili; 250:700= 0,3571429 Euro l’ora). Sono così fortunato da avere alle spalle una famiglia economicamente solida, che mi sostenta interamente, ma mi chiedo quali prospettive riservi per il futuro un simile sistema, non solo a me, ma anche ad altri meno fortunati. Resta la sconcertante constatazione che la provenienza di censo è (ri)diventata determinante nel decidere cosa uno potrà o non potrà fare nella vita, e realizzarlo non è piacevole nemmeno per chi, pur nato “dalla parte giusta”, ha sete di giustizia, soprattutto sociale.


ANTONELLA, CON REGOLARE CONTRATTO: MAI RISPETTATO. Sono Antonella, ventiquattro anni e vi scrivo da Reggio Calabria. La mia condizione lavorativa è apparentemente discreta, infatti lavoro come segretaria in uno studio legale da ben cinque anni, regolarmente assunta con contratto a tempo indeterminato. Dietro questo contratto si celano delle condizioni che vanno ben oltre la precarietà: stipendio al di sotto del minimo sindacale per lo svolgimento del doppio delle ore previste dal contratto (400 € per 8 ore di lavoro al giorno), straordinari non retribuiti, 15 giorni di ferie l’anno su quattro settimane previste dalla legge e zero pretese per non perdere il posto. Aggiungiamo il fatto che mi ritrovo a pagare tasse e a subire costi rapportati a un reddito che non percepisco realmente. Queste sono le condizioni a cui oggi è possibile trovare un posto di lavoro. Ed è questo il motivo per cui non si può dar torto a quei giovani che valutano e optano per l’idea di rimanere a casa dai genitori. Io non ce l’ho avuta la possibilità di scegliere quest’alternativa, sono costretta a procurarmi un sostentamento, sono costretta quindi ad accettare le suddette misere condizioni.


Fonte: ilfattoquotidiano.it

venerdì 14 ottobre 2011

Una boiata pazzesca

Date le recenti dichiarazioni del ministro della giustizia Nitto Palma, circa la responsabilità civile dei giudici, che dovrebbero "pagare i loro errori" , segnalo un articolo del grande Bruno Tinti, ex magistrato e persona che ha il raro dono di fare degli esempi.
Sempre più spesso si sente dire che i giudici commettono errori e restano impuniti: secondo queste persone, l'errore sorgerebbe quando una sentenza di primo grado verrebbe successivamente ribaltata (in appello o in cassazione) . Quello che sfugge ai più (o che non viene detto) è che il giudice decide secondo coscienza; che un ribaltamento non sta a significare che la decisione precedente sia sbagliata e che l'ultima in ordine di tempo sia giusta; che l'ultima sentenza emessa non ha un valore intrinsecamente superiore alle altre; che l'accettazione del grado più alto di giudizio è una convenzione sociale (altrimenti, per ciascuno varrebbe la sentenza a lui più favorevole) ; e soprattutto che una legge sulla responsabilità civile dei giudici esiste già dal 1988, e dice che il cittadino vittima di provvedimenti giudiziari causati da:

  1. una grave violazione di legge
  2. l'affermazione di un fatto la cui esistenza è incontrastabilmente esclusa dagli atti del processo
  3. la negazione di un fatto la cui esistenza risulta incontrastabilmente dagli atti del processo
  4. l'emissione di un provvedimento concernente la libertà della persona fuori dai casi consentiti dalla legge oppure senza motivazione
  5. diniego di giustizia (omissioni o ritardi ingiustificati nelle sentenze o in altri provvedimenti)

ha diritto al risarcimento del danno, che avviene in modo indiretto. Lo Stato risarcisce il cittadino, e poi si rivale sul magistrato, ma solo per una cifra che non superi il terzo del suo stipendio annuale.

Fatte queste precisazioni, ecco l'articolo di Tinti:

Il dubbio è se ci fanno o ci sono. Voglio dire: pensano davvero che l’imputato riconosciuto innocente in Appello dopo che pm, gip e Tribunale lo hanno intercettato, messo in prigione e condannato, abbia diritto a un risarcimento del danno? Oppure tutto questo casino sulla responsabilità civile dei giudici “che sbagliano” è fatto perché il boss, per l’ennesima volta, è processato per gravi reati e rischia la prigione? La risposta è sì e no. Gente come Santanché e Gasparri probabilmente lo pensa davvero; ma siccome non sanno quello che pensano (almeno in questa materia), la cosa non ha importanza. Gente come Alfano e Ghedini lo sa benissimo che si tratta di stupidaggini; ma B. è alle corde e qualcosa si devono inventare. E questo sì che ha importanza. Perché il problema è serio: se ci riescono a fare questa cosa, di processi se ne faranno proprio pochi.

Proviamo con gli esempi, visto che di chiacchiere ce ne sono state a tonnellate. Rapina alle poste; due testimoni vedono in faccia il rapinatore e in questura lo riconoscono su foto segnaletica: è Pippo, già condannato 3 volte per lo stesso reato. Il pm chiede la cattura al gip che è d’accordo; così, dopo un paio di mesi, Pippo finisce in prigione. Dice che è innocente e che il giorno della rapina, il 25 marzo, lui era in Spagna, a Marbella, insieme con la sua fidanzata Lucia. Rogatoria estera; al giudice spagnolo la ragazza dice che è proprio vero, il 25 marzo stavano insieme. “Siamo andati a Porto Banus, poi abbiamo mangiato a La Moraga, poi siamo andati a fare compere al Corte Inglès, poi siamo andati a giocare a tennis al circolo di Manolo Santana e poi abbiamo cenato lì.” Il giudice chiede da quanti giorni Pippo era a Marbella. “Eh, 2 o 3”. “E il giorno prima, il 24 marzo, cosa avete fatto?” “Eh, boh, cioè, non so. Ah sì, siamo stati al mare.” “Al mare dove? Nikki Beach? Playa Fantastica?” “Mah, al mare, adesso non mi ricordo.” “Tutto il giorno?” “Beh no, poi siamo andati a fare compere.” “Dove?” “Mhhh” “E il giorno dopo, il 26 marzo?” “Ma insomma, adesso non mi ricordo, e poi che c’entra con la rapina?” Il Pm non crede a Lucia, crede ai testimoni che hanno riconosciuto Pippo e chiede il rinvio a giudizio; il Gip la pensa come il Pm e anche il Tribunale: 5 anni di prigione. In Appello l’avvocato di Pippo dice che Lucia ha importanti rivelazioni da fare (in Tribunale non è stata sentita, era irreperibile e quindi sono state accettate come prova le dichiarazioni rese in Spagna). E Lucia spiega tutte quelle cose che prima non ricordava. Tutto racconta, per filo e per segno. La Corte d’Appello ci crede e assolve Pippo.

Bene. Errore dei primi giudici? Responsabilità civile? Risarcimento del danno? Ma mi facci il piacere! come diceva Totò. Ma Pippo è innocente, è stato assolto, si è fatto la prigione inutilmente, è un errore giudiziario! Vero è: c’è stato un errore giudiziario. Ma quando? In Tribunale o in Appello? E comunque, qual è stato l’errore dei giudici? Credere ai testimoni e non a Lucia? O credere a Lucia e non ai testimoni? Chi può saperlo? Sì, ma questo è un esempio fuorviante, fatto apposta per turlupinare gente che non sa niente di legge. Va bene; allora proviamo con un altro.

B. è processato per prostituzione minorile: si è accoppiato con Ruby quando questa aveva 17 anni; così dice l’accusa. Le prove? soldi a sfascio da B. a Ruby; frequentazione notturna di Ruby nella casa di B.; contesto (il contesto è importante, anche per legittimare le bestemmie; figuriamoci per valutare se Arcore era trasformato periodicamente in un casino oppure no) di spogliarelli, lap dance, bunga bunga e allusioni, ricatti e minacce da parte delle puttane. I documenti di Ruby dicono che è minorenne. Secondo le intercettazioni lo sapevano tutti. Mettiamo che in Tribunale salti fuori che, in un ufficietto di un paesino del basso Marocco, è stato trovato un registro da cui risulta che Ruby è più vecchia di 2 anni: in tutti gli atti e documenti ufficiali Ruby è nata nel 1994; ma lì, nel registro del paesino, no, lì è nata nel 1992. Il Tribunale non ci crede a questo registro e ficca a B. un paio d’anni di galera. In Appello invece ci credono. E allora? Chi ha ragione? Tribunale o Corte d’Appello? E chi condanniamo al risarcimento del danno, i primi giudici o i secondi?

Lo vedete che questa storia della responsabilità civile è una bufala? Ma ci saranno casi in cui i giudici commettono errori veri (quelli paragonabili alla pinza che il chirurgo ti lascia nella pancia)? E come no! Per esempio potrebbe essere stata intercettata una telefonata tra B e Fede. B: “Sai quella Ruby che hai portato ieri a cena? M’attizza da morire. Però, già ho passato un sacco di guai con Noemi, qui voglio andare sul sicuro. 18 anni li ha compiuti? Garantisci tu?” Fede: “Vai tranquillo, ho visto i documenti; 24 anni ha, un fiore”. Ecco, se, senza valutare affatto questa conversazione, facendo come se non ci fosse mai stata, il Tribunale condannasse B.; allora sìche i giudici sarebbero civilmente responsabili.

Casi rari, ma succedono. E infatti c’è una legge, la n. 117 del 1988 che se ne occupa: se un giudice commette un errore (ma un errore vero, non una valutazione giuridica o fattuale diversa da quella di un altro giudice) deve risarcire il danno. Con due caratteristiche particolari, una giusta e una sbagliata. Quella giusta: il danneggiato chiede il risarcimento allo Stato che poi se lo fa restituire dal giudice. È un bene: così è sicuro di prendere i suoi soldi; un giudice nullatenente potrebbe anche essere condannato ma il danno non lo risarcirebbe mai. Quella sbagliata: il giudice restituisce allo Stato al massimo una somma pari a un terzo del suo stipendio annuale. Perché questa limitazione? Se ha sbagliato paghi per intero.

Ho detto che il problema è serio. Provate a pensarci: vi piacerebbe decidere sapendo che, se un vostro collega in Appello o in Cassazione, la pensa diversamente da voi, c’è sempre qualcuno che vi può chiedere un sacco di soldi? L’imputato, in caso di condanna, assoluzione; la parte offesa, in caso di assoluzione, condanna. Ci sono tanti altri modi di guadagnarsi la vita!

lunedì 18 aprile 2011

Nuovi talenti alla ribalta

Riporto questo interessante articolo di Guido Biondi, che spiega l'ascesa musico/commerciale di Allevi: una storia che è l'emblema della nostra società moderna, dove apparire conta più che essere, e dove, sempre più spesso, le persone faticano a comprenderne la differenza:

In principio fu Stephen Schlaks. “Casablanca” era il titolo della sigla dell’oroscopo su Telemontecarlo nel 1979. Easy listening e primo esempio di “crossover” ovvero un fenomeno di nicchia catapultato, grazie a un’accorta strategia di marketing, nella musica pop. Seguirà, in ordine sparso, Richard Clayderman, James Last, Rondò veneziano e tanti altri. Nel 1997 Saturnino Celani, bassista di Jovanotti, decide di presentargli Giovanni Allevi, pianista, compositore e laureato in Filosofia. È l’inizio di una carriera che diventerà inarrestabile solo dopo l’incontro con il pigmalione Riccardo Vitanza e il suo ufficio stampa.

Ecco come il pianista ricorda i suoi esordi in questa intervista concessa in una pasticceria poco distante dalla sua nuova casa, non più il monolocale che definiva ironicamente la “cabina telefonica”. “Jovanotti l’ho incontrato la prima volta nel backstage di un concerto”, racconta, “solo una manciata di secondi, mi salutò e mi disse: grande emozione la tua musica. Ebbi l’opportunità di aprire il suo concerto al Palaeur di Roma. Notavo diffidenza nei miei confronti; ero quello appena uscito dal Conservatorio. C’era una sorta di paradosso: ero sulla carta il massimo esperto di musica, poiché il diploma di composizione è il più alto riconoscimento accademico di tipo musicale che esista, ma non avevo l’esperienza, a differenza degli altri musicisti della sua band. È stato inevitabile ricevere atteggiamenti di “nonnismo”. C’era il risentimento dovuto forse a un complesso di inferiorità nascosto”. Interessante sentire la versione di Pier Foschi, ex batterista di Lorenzo e oggi in procinto di pubblicare un disco solista: “Io credo di averlo aiutato a venire fuori da questa situazione. Il nostro mondo sembrava idilliaco dall’esterno e invece era colmo di ansia e rabbia e alcuni spesso si sfogavano, anche piangendo. Non solo Allevi anche Luca Scarpa, un altro pianista. Così molte persone hanno ben pensato di andarsene. Come Stefano Bollani che ha resistito solo quattro mesi poi mi disse: in questa gabbia di matti ci state voi”.

Chiusa la parentesi con il cantante, entra in scena Riccardo Vitanza e il suo mondo della comunicazione e dei contatti discografici: “Penso che Giovanni non sarebbe riuscito a raggiungere il suo successo senza Vitanza”, prosegue Pier Foschi, “Riccardo voleva riconquistare Lorenzo che, nel frattempo, aveva cambiato ufficio stampa. Oppure una voglia di riscatto: ti faccio vedere chi hai mandato via dalla tua scuderia”. Giovanni acquista sempre più spazio nei principali quotidiani e nelle trasmissioni tv nazional-popolari. Eppure oggi che si è consumato il “divorzio” artistico non sembra che il compositore sia tenero col suo ex mentore: “Come spieghiamo il tutto esaurito alla Toppan Hall di Tokyo o all’Auditorium della città proibita di Pechino dove non avevo l’appoggio di nessuno? Gli uffici stampa sono importanti, ma fino a un certo punto”. Pronta la replica di Vitanza: “C’è una spiegazione. Il primo concerto di New York al Blue Note è nato, in realtà, in seguito a una richiesta dell’Istituto italiano di cultura. Volevano un artista che suonasse gratis, fu proposto Allevi, nonostante non fosse conosciuto. Gente come Fresu, Rava, Bollani non avrebbero mai suonato gratuitamente. Tutti i concerti all’estero vennero pianificati grazie agli Istituti italiani di cultura dei vari Paesi; non era il teatro o l’organizzatore che chiamavano al telefono.  Quindi puro marketing. La verità è che prima di conoscermi non aveva riscontri in termini di vendite discografiche e visibilità: è grazie a questo lavoro che ti si aprono delle porte”.

Ecco come il pianista affronta l’accusa di marketing: “Il dubbio sull’importanza eccessiva dell’ufficio stampa, il dubbio del personaggio costruito sono lo stesso clichè tipico dei detrattori. La Fiat mi chiede di fare uno spot? Facciamolo! La pubblicità consente alla mia musica di entrare nelle case di tutto il mondo. Una grandissima opportunità. E non ho neppure l’automobile”. A proposito di spot, Vitanza racconta com’è nata la pubblicità internazionale della Bmw: “Intanto Spike Lee non ha mai conosciuto Allevi: è una balla. Non è stato il regista a scegliere la musica. Fu Roberto Biglia della Sony a dirmi che “Come sei veramente” era nel lotto delle canzoni selezionate per lo spot: si doveva scegliere tra noi e Bob Dylan. Accettammo l’offerta di 30.000 euro passando il turno. L’altro brano era più costoso”.

Ecco nell’ordine i principali detrattori di Allevi: Marcello Filotei dell’Osservatore Romano scrive che “l’educazione musicale italiana non fornisce gli strumenti per distinguere Arisa da Billie Holiday, figuriamoci Puccini da Allevi”. Elio (delle Storie tese) ha dichiarato: “È una perfetta operazione di marketing. Non ce l’ho con lui, basta che non dica di essere il nuovo Mozart”. Uto Ughi: “Il suo successo è il termometro perfetto della situazione del nostro Paese: prevalgono sempre le apparenze. Lui è un nano in confronto a Horowitz, a Rubinstein”. Ecco la replica: “Elio mi ha dato del ciarlatano. Evidentemente sono un suo problema irrisolto. Fra tutte queste personalità quella di Ughi è la più alta e ha meritato una risposta: c’è una musica classica tradizionale e una contemporanea che è lo spirito del tempo. Rimando tutti i miei attuali e futuri critici e detrattori a quella risposta”. Difficilmente troverete questa storia su Wikipedia.



Passando da un fenomeno mediatico ad un altro (benché Allevi sia uno titolato, a discapito di quest'altro) è dei giorni scorsi l'esibizione di Marco Carta, vincitore di "Amici" di Maria De Filippi, nonché di qualche Sanremo fa, al Teatro Lirico di Cagliari, nell'interpretazione della voce narrante in Pierino E Il Lupo, di Prokofiev. A quanto pare, è stato un fiasco: teatro semivuoto, esibizione risibile e polemiche sui giornali.
La Nuova Sardegna ha scritto che "per Carta è un'esperienza inedita, fuori dal suo campo. Ci mette del suo, qui e là, vocalizzando un po' sulle onomatopee degli animali protagonisti, tentando a momenti qualche punta espressiva. Il risultato, tuttavia, rimane in definitiva abbastanza monocorde, un po' piatto, impacciato. Pierino e il lupo, sebbene sia una favola, richiederebbe comunque una certa presenza scenica, verve teatrale, e un minimo di istrionismo" .

L'Unione Sarda invece recita: "Sembra facile raccontare storie, eppure così non è. E Pierino e il lupo, la favola musicale di Sergei Prokofiev vive di accenti e respiri che bisogna prima di tutto conoscere per poter cogliere" .

Capito la differenza?

sabato 4 dicembre 2010

Morte, clero e libertà

Ultimamente non ho tanto tempo libero, causa studium di varia natura (sia musicale, soprattutto musicale, che universitario) , e così il blog non è stato aggiornato più di tanto. Appena avrò un attimo recupererò gli arretrati. Nel frattempo incollo un intervento di un grande giurista, Bruno Tinti, che parla della morte del suo amico Mario Monicelli. Si intitola "Morte, clero e libertà" , reperibile anche su Toghe Rotte, linkato nella colonna a sinistra (blog preferiti) . Buona lettura.


Morte, clero e libertà

Un mio amico si è ucciso. Era stanco, aveva perso gioia e interesse. Sono stato molto triste. Non per la sua morte: era stata una sua scelta da rispettare. Ma per la mia vita: perché mi sarebbe mancata la sua intelligenza e la sua cultura. E soprattutto per la sua, di vita, per la tristezza e il vuoto che l’avevano portato a decidere di liberarsene. Non sono stato capace di stargli vicino, ho pensato. Comunque sono andato a salutarlo. Lui non credeva, come me. Un laico tollerante e silente, la vita poneva ben altri problemi. Ci arrabbiavamo un po’ per l’approccio confessionale alle miserie degli uomini; e molto di più per la loro strumentalizzazione. Ma non se ne discuteva: quando la si pensa nello stesso modo c’è poco da dire. E, per fortuna, noi avevamo così tante idee diverse.

Come ho detto sono andato al cimitero; alla sala delle cremazioni, così aveva deciso il mio amico. Niente cerimonia religiosa, il che mi sembrava logico visto il suo suicidio: conservavo una vaga memoria, forse errata, che ai suicidi non fosse consentito il riposo in terra consacrata; che, per un credente stanco e depresso, mi era sempre sembrato l’ultimo insulto. E poi avevo saputo da un amico che c’era un biglietto: niente cerimonie religiose, solo cremazione. All’ingresso del cimitero c’era tanta gente; il mio amico era una persona nota, molto stimato; e amato profondamente da molti, anche se aveva una personalità complessa. Proprio questo aveva attratto molti di noi.

E lì siamo stati intercettati. Un prete, che avevo già notato fermo all’ingresso, intento alla predica per un funerale precedente, ha fermato la macchina con la bara, ha fermato tutti noi che la seguivamo e ha iniziato una nuova predica. Preghiamo per lui, uomo di fede, buono, marito affettuoso, padre esemplare, Dio lo accoglierà, la vera vita, ci sarà sempre vicino, insomma tutto il repertorio. Sono rimasto perplesso, poi arrabbiato. Ho chiesto a un altro amico (che era in condizione di saperlo) “ma, non aveva lasciato un biglietto in cui aveva detto niente preghiere …”. “Questa non è preghiera, è liturgia della preghiera, mi ha risposto. Naturalmente non ho capito quale fosse la differenza e perché il mio amico, che non voleva cerimonie religiose, avrebbe dovuto dispiacersene di meno. Ma ho taciuto. C’era la sua famiglia e non volevo aggiungere dolore a dolore. Poi ho parlato con un altro amico e gli ho fatto la stessa domanda. Intelligente, saggio, furbo come è sempre stato, mi ha detto “Sai, adesso non gliene importa più nulla”.

E io sono rimasto a chiedermi se era giusto fare violenza ai morti; se era giusto non rispettarli; se era giusto lasciare una sentinella in servizio permanente all’ingresso dei cimiteri, per intercettare bare e fare propaganda; se era giusto approfittare di un momento di minorata difesa per sottoporre tutti a una liturgia (eh, si, su questo il primo amico aveva ragione) che il morto e molti suoi amici non condividevano e non desideravano. Mi sono chiesto soprattutto se questa prevaricazione fosse coerente con il messaggio di amore (ma non di rispetto) che quel sacerdote ossessivamente ripeteva davanti a tutte le bare che gli passavano davanti e che contenevano ciò che restava di un uomo e della sua libertà.

mercoledì 23 giugno 2010

Online ilfattoquotidiano.it

E' online, da ieri, la versione beta de ilfattoquotidiano.it , il giornale diretto da Antonio Padellaro, che conta tra le sue fila giornalisti del calibro di Marco Travaglio e Peter Gomez. In tempi di magra come questi, dove l'informazione libera scarseggia e dove la politica (bipartisan) si adopera per imbavagliare i media, questa non può che essere, a maggior ragione, un'ottima notizia. Il sito è stato letteralmente invaso dalle visite, superando le più rosee previsioni e costringendo gli addetti ai lavori a fare gli straordinari. Incollo le parole di Peter Gomez a riguardo:
" Il nuovo sito ilfattoquotidiano.it  è sì scivolato in mare con le prime luci all'alba, ma è stato subito preso d'assalto. Non dai pirati, ma dai navigatori. Com'era successo il 23 settembre quando le 90.000 copie del primo numero de Il Fatto Quotidiano (troppo poche) erano scomparse nel giro di un'ora dalle edicole e i lettori ci telefonavano disperati, ieri tra le sei mezza e le 9 oltre 450.000 utenti unici hanno tentato di farci visita. E la ressa, per dirla in maniera ben poco tecnica, ha finito per mandarci in tilt. Colpa nostra che come al solito ci siamo sottostimati. Credevamo che un risultato del genere fosse possibile ottenerlo nell'arco delle 24 ore. Non in un'ora e mezza.

Scusateci. Siamo un giornale ancora artigianale. Pieno d'idee, di buona volontà (la redazione ha lavorato sino alle 4 e mezza del mattino e si è ripresentata in ufficio alle 7), ma che decisamente pecca di modestia. È arrivato il momento di capire davvero che noi esistiamo soprattutto grazie alla Rete. Se 40 mila persone - molte delle quali utenti abituali di Voglioscendere, il vecchio e ormai quasi glorioso blog aperto da Marco Travaglio, Pino Corrias e dal sottoscritto tre anni fa - non avessero sottoscritto, a scatola chiusa, l'abbonamento online al Fatto, oggi probabilmente   non saremmo qui. Quegli abbonamenti sono infatti stati il volano che ci ha permesso (dal punto di vista economico) di andare a giocare in edicola la nostra partita con i più grandi. Vincendola, grazie alla direzione di Antonio Padellaro, sempre più spesso. Quindi se la Rete ci ha dato fiducia, noi dobbiamo fare qualcosa per meritarcela: non solo dal punto di vista dei contenuti. Ma anche da quello tecnico.
Così ieri, mentre per tutta la giornata il sito si vedeva e non si vedeva o girava lentissimo, ci siamo dati da fare. Abbiamo rimesso nei cassetti i nostri scoop. Abbiamo quintuplicato i server e abbiamo cominciato a ridisegnare parte dell'architettura informatica dell'homepage (o almeno così ci hanno spiegato i tecnici). Un lavoro complicato destinato a durare sino a questa mattina.

I ragazzi della "mezza sporca dozzina del Web" si rivedranno in redazione oggi alle 7 per cominciare a riempire di nuovo ilfattoquotidiano.it  di articoli e contenuti multimediali, pronti a riprovare ad andare online verso le 14. Il parto insomma è difficile, ma la mamma e il neonato sono forti e, prima o poi, ce la faranno. E questa non è la sola buona notizia. L'altra sono il numero altissimo di persone che ci stanno aspettando e i giudizi – tutti positivi a leggere dai commenti postati – sulla versione Beta del sito. Anche per questo noi non siamo troppo delusi. Siamo abituati, da sempre, a marciare in salita. E poi ieri eravamo talmente in tanti che la storia di questo inizio, da vecchi, la racconteremo. Potete starne certi. Non è una promessa. È un fatto. "